Omelia della S. Messa solenne in onore di San Lino
Vogliamo condividere con voi l’omelia che S. E. Rev. Cardinal Mario Grech ha tenuto in occasione della S. Messa solenne in onore di San Lino, da lui presieduta martedì 23 settembre 2025 alle ore 19 nella nostra parrocchia.
Viviamo immersi in un mondo che ci promette connessione continua. Siamo raggiungibili in ogni momento, in ogni luogo, da chiunque. Le tecnologie ci avvolgono, ci notificano, ci inseguono. Eppure, mai come oggi, le nostre relazioni sembrano chiuse. Non chiuse nel senso di concluse, ma bloccate, sigillate, incapaci di aprirsi davvero all’altro.
Questa non è una semplice contraddizione. È il sintomo di una crisi profonda, che non riguarda solo il modo in cui comunichiamo, ma la nostra capacità di amare e di essere amati. L’uomo contemporaneo sembra aver smarrito qualcosa di essenziale: le chiavi per una vita relazionale.
Forse non le abbiamo perse. Forse le abbiamo buttate via. E questo con sollievo perché vivere davvero è faticoso, è impegnativo, costa. E noi, oggi, non abbiamo più tempo per essere umani.
Basta guardare alle dinamiche familiari che stanno attraversando trasformazioni radicali, e molte persone si trovano a navigare relazioni sempre più complesse, fragili e spesso senza modelli chiari o stabili a cui ispirarsi. Le famiglie stanno disgregandosi non solo per separazioni o divorzi, ma anche per distanze emotive, incomprensioni, e ritmi di vita frenetici. I conflitti generazionali, le pressioni economiche e le aspettative sociali contribuiscono a rendere difficile le relazioni inter-familiari. La famiglia ha perso la chiave – la capacita di connettersi, di entrare in risonanza con l’altro, di donarsi agli altri!
Le difficoltà che emergono all’interno delle micro-famiglie — coppie in crisi, genitori e figli distanti, legami affettivi fragili — non restano confinate tra le mura domestiche. Al contrario, si riflettono sulla famiglia estesa e, in ultima analisi, sull’intera società.
Il sociologo Bauman ha descritto questa condizione come “modernità liquida”, dove tutto è provvisorio, instabile, consumabile. Le relazioni non si costruiscono con pazienza e dedizione, ma si usano finché rispondono ai nostri desideri. Quando non lo fanno più, si scartano. È il concetto delle “comunità guardaroba”: ambienti sociali in cui si entra e si esce con la stessa leggerezza con cui si cambia abito.
Oggi, una relazione è spesso vista come un compromesso valido solo finché non limita la libertà, i bisogni o gli spazi dell’altro. Le persone diventano come oggetti: si usano, si gettano, e si sostituiscono. Le parole feriscono, i comportamenti non vengono ponderati. Tutto sembra lecito, anche ciò che fa male a chi ci sta accanto.
Questa logica non si ferma alle relazioni personali. La vediamo riflessa nei grandi conflitti internazionali, nelle guerre, nelle tensioni tra stati, etnie e culture. Basta osservare cosa sta succedendo a Gaza e la reazione della nostra Europa a questa strage! L’incapacità di dialogare, di ascoltare, di trovare compromessi si manifesta su scala planetaria. Le relazioni tra popoli si deteriorano come quelle tra individui, e il mondo diventa un campo di battaglia emotivo e politico.
Abbiamo perso la chave! Abbiamo smesso di custodirla come se non avesse valore.. La chiave non è solo smarrita ma addiritura dimenticata! Abbiamo smesso di cercarla, come se non servisse più. La chiave dell’umano — quella che apre le porte dell’amore, della cura, dell’ascolto — è stata dimenticata in un cassetto che nessuno ha più voglia di aprire!
Non è solo smarrita. È stata dimenticata. Abbiamo smesso di cercarla, come se non servisse più. Abbiamo smesso di custodirla, come se non avesse valore. Quella chiave — che apre le porte dell’amore, della cura, dell’ascolto — Gesu Cristo, colui che si presenta con queste parole: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi” (Apocalisse 1:17). Gesù è colui che apre, senza violarlo, il seno della Vergine Maria; che apre la vita dell’uomo all’esperienza della vita eterna. Accoglierlo significa spalancare orizzonti nuovi, oltre gli spazi angusti e oscuri del nostro “io” e del nostro egoismo, fino a scoprire che neppure la morte è più uno spazio precluso alla presenza del Salvatore.
Ma purtroppo in questo tempo liquido, dove tutto si consuma e si scarta, Dio non è più la chiave che apre! Anche Dio e’ diventato un oggetto dimenticato, un nome che non scalda, un volto che non cerchiamo più. Questo Dio non e’ un Dio da pronunciare distrattamente, né da rinchiudere nei rituali vuoti. Ma il Dio che abita il cuore dell’uomo. Il Dio che si fa relazione. Abbiamo perso Dio perché abbiamo perso il senso dell’altro. Abbiamo perso Dio perché abbiamo smesso di credere che l’amore sia più forte dell’egoismo! È la chiave che ci permette di vedere l’altro non come un ostacolo, ma come un fratello. Senza Dio, le relazioni si svuotano, si consumano, si spezzano.
E’ in questo scenario che oggi vi invito a capire il perché Gesù dice a Pietro: A te darò le chiavi dei regno dei cieli! Che chiavi sono? A te darò sufficiente Spirito per aprirti a Dio, per entrare nel vangelo, per non restare chiuso all’amore, per non sbarrare il passo a nessuno particolarmente a Gesu che vuole relazionarsi con te! A te darò la chiave di lettura della vita, della storia, del cuore umano, per legarti in fraternità e sciogliere ogni odio. A te darò la chiave d’accesso ad ogni cuore, perché nessuno resti escluso dalla buona notizia del Vangelo.
È in questo scenario — di relazioni spezzate, di cuori chiusi, di comunità frammentate — che oggi vi invito a comprendere il significato profondo delle parole che Gesù rivolge a Pietro: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli.”
Che chiavi sono? Non sono chiavi materiali, né strumenti di potere. Sono chiavi spirituali, chiavi interiori, chiavi che aprono ciò che è chiuso: il cuore, la mente, la vita. Ci dona lo Spirito per aprirci a Dio, per entrare nel Vangelo, per non restare chiusi all’amore; per non sbarrare il passo a nessuno — soprattutto a Gesù, che desidera ardentemente relazionarsi con noi. Ci affida la chiave d’accesso ad ogni cuore perché ogni persona possa sentirsi accolta, amata, ascoltata, cercata.
Questa è la missione che Gesù affida a Pietro, e che si estende ai suoi successori — da San Lino, primo vescovo di Roma dopo Pietro, fino al Santo Padre di oggi. La voce del Papa non è solo un richiamo dottrinale: è una chiave che tenta di aprire il cuore delle persone, di spalancare porte chiuse. Il potere di “sciogliere e legare” che Gesù conferisce a Pietro non ha nulla di giuridico nel senso stretto. Non è un potere di controllo, ma una missione di comunione. È il compito di tessere nel mondo relazioni sane, durature, capaci di resistere alle tempeste dell’egoismo e dell’indifferenza. Ciò che avrete riunito attorno a voi — le persone, gli affetti, le speranze — lo ritroverete unito nel cielo; ciò che avrete liberato nelle persone — energie, vita, audacia, sorrisi — non sarà mai dimenticato. È storia santa, impressa nel cuore di Dio.
Le chiavi date a Pietro e ai suoi successori non furono un privilegio esclusivo – sono strumenti di servizio. In una Chiesa sinodale, dove ogni battezzato è chiamato a camminare insieme, quelle chiavi diventano una responsabilità condivisa. Perché in virtù del Battesimo, siamo tutti collaboratori di Pietro. Non spettatori, ma protagonisti. Non semplici fedeli, ma costruttori di comunione, chiamati ad aiutare gli uomini e le donne di oggi a ritrovare le chiavi della fede.


